La terza memoria

Ho appena finito il libro e, devo dire, sono proprio stato un cattivo lettore.

Premetto, prima di procedere, che ci saranno degli spoiler più o meno grandi e che non mi prenderò la briga di segnalarli. Parlare di un libro così, per certi versi, complesso (o meglio così articolato), non è facile prescindendo dalla trama, dagli avvenimenti salienti o dalle caratteristiche fondanti dei personaggi.

cover

Dicevo che sono stato un pessimo lettore. Perché? Ebbene, io leggo i libri in metro, in autobus, in coda alla posta o dai medici. Quando riesco, ritaglio per loro un pezzo di pausa pranzo. Ma raramente dedico loro dei veri momenti di pace e tranquillità. E non farlo per un libro come questo è quasi un delitto. Già dopo una ventina di pagine (verso il capitolo 4), mi era balenata in mente una chiave di lettura: la struttura della frase e la composizione degli spazi e delle parti del libro erano fondamentalmente legate al libro stesso, sfruttando la lingua non solo come mezzo per descrivere, ma per fare vivere al lettore in modo più profondo la storia, non solo la trama, ma proprio i personaggi che sembrano scrivere la storia mentre la vivono. E l’autore conferma la cosa quando, al termine del romanzo, dichiara “è soprattutto un omaggio all’arte di scrivere, al potere delle parole”. Questa caratteristica si assapora subito, prima ancora della storia, prima ancora dei personaggi. Da questo punto di vista Maico Morellini fa centro e in pieno. Il libro, inizialmente, sembra scritto da Edgar Allan Poe (non per le atmosfere, ma per la prosa, che, come in The Tell Tale Heart accompagna il lettore). E non è etereo come Joyce. E’ pratico quando è pratico il personaggio, è dubbioso quando è dubbioso il personaggio e così via. Il libro è in terza persona, ma la prosa cambia, muta, adattandosi al personaggio che osserva, come a emanare un’aura differente per ciascuno dei personaggi. Come se fosse il Verbo. Va detto che questa caratteristica, sfortunatamente secondo me, viene pian piano persa, specie quando l’azione più pura prende il posto all’esplorazione / introspezione (più o meno a partire dal capitolo 21). Ciò però non toglie che sia una prova di scrittura magistrale, superiore e di gran lunga alle opere precedenti (in cui, comunque, sarebbe stata un po’ troppo esercizio accademico) e che rende Maico Morellini uno degli autori più capaci sicuramente nel panorama di genere, ma anche rispetto agli scrittori italiani main stream di oggi.

Un altro elemento piazzato nel libro, che ne aumenta in modo deciso anche se meno palpabile o percepibile durante la lettura, è la presenza di sotto-trame essenzialmente inutili per la storia, che la arricchiscono, ma delle quali non si sentirebbe troppo l’assenza. Parlo di Abbadia e Salvastor, ma anche del viaggio con evocazione dell’esercito dei morti dell’Uomo in Nero, la storia dei Proibiti e le avventure delle sfortunate coppie di Adepti Sarya / Miche e Claya / Remon. Potevano occupare molto meno spazio, essere condensate. E le parti necessarie alla trama essere introdotte in modo differente, ad esempio i libri dei Proibiti su Cartesio trovati dalla Voce nelle Biblioteche Vaticane. Eppure questi elementi non sono un peso, anzi. Andando molto in là, proprio Manzoni nei Promessi Sposi usa queste tecniche per arricchire il proprio romanzo. Cambiando medium, ricordiamo le decine di sotto-trame di Lost, serial televisivo che ridefinì il modo di proporre l’avventura sul piccolo schermo, che poi finivano in un nulla di fatto (e non parlo di quelle chiuse male dagli autori, ma quelle che finivano per propria natura). E in precedenza già in The X-Files, altra opera che presenta certe affinità di atmosfera con La terza memoria, si introduceva il rivoluzionario concetto di trama principale e trasversale con innesti separati e auto-conclusivi.

Quindi Maico Morellini ci offre una prosa di altissimo livello e una struttura articolata e profonda. Ma i personaggi e la storia? Qui la situazione è più complessa e serve una premessa. Maico Morellini viene definito sulla pagina su Wikipedia un autore di fantascienza. E se la cosa è indiscutibile leggendo ad esempio I Necronauti, mentre già nel suo Premio Urania 2010, Il Re Nero, la cosa era un po’ più sfumata. Ci viene ancora in aiuto l’appendice al libro, la presentazione dell’autore a cura di Giuseppe Lippi, che si chiude sulla frase: “…unendo i tre generi a me molto cari: il fantasy, la fantascienza e l’horror”. In effetti, diciamolo, La terza memoria è un libro fantasy. L’ambientazione è fantasy, i personaggi sono fantasy, il viaggio è fantasy, le strutture sociali sono fantasy.

Listener

A riguardo la componente fantascientifica è proprio ridotta. Dove potrebbe dilagare, ad esempio quando si parla dei Numeri o durante le esplorazioni della Voce, svolge un ruolo marginale rispetto alla spiegazione della storia e anche alla fine, al momento di sciogliere il racconto, la tematica fantascientifica potrebbe esserci come no: emblematica è la parola genetica usata a pagina 269 (Urania 1630 cartaceo) che, buttata lì, sembra promettere rivelazioni sul sangue, sulla discendenza della triade / terna e così via e che, invece, muore nella stessa riga.

Peggio ancora se la vede la componente horror: non basta scrivere spesso sangue in un romanzo o piazzare un esercito di zombie per avere un romanzo horror.

Di per sé questi non sono difetti. Bisogna solo fare attenzione, perché potrebbero essere delusioni per il lettore di hard science fiction o per chi si aspetta qualcosa come la space opera de I Necronauti.

Ma se è un fantasy, che fantasy è? Non è certo The Lord of the Ring o il ciclo di Shannara, anzi! Richiama invece molto due saghe: La ruota del tempo di Robert Jordan e La spada della Verità di Terry Goodkind (quella scritta, non la scanzonata trasposizione televisiva). Anzi, i punti di contatto fra La spada della verità e La terza memoria sono proprio tanti, quanti proprio quelli fra Shannara e Il Signore degli Anelli.

E se ci sono questi debiti indiretti parlando di storia e trama, un altro debito che non è poi così difficile trovare è quello fra i personaggi de La terza memoria e quelli del ciclo di Nicholas Eymerich di Valerio Evangelisti. Proprio per queste affinità credo che il libro meriterebbe una traduzione in francese e in spagnolo, dove questo tipo di narrativa è bene accetta. Nuovamente Maico Morellini si dimostra uno scrittore di caratura internazionale e di indole moderna a cui si dovrebbe dare la possibilità del successo su larga scala.

Partendo dal presupposto che le influenze del fantasy moderno e di una certa fantascienza italiana sono non solo palpabili, ma anche positive perché attualizzano l’opera, quale componente di originalità c’è nel romanzo? Devo dire che non si ritrova la stessa messe di novità che c’era ne I Necronauti e anche rispetto a Il Re Nero, c’è meno originalità. In parte è una situazione sistemica. Per propria struttura I Necronauti dovevano presentare più elementi rispetto a La terza memoria e quindi un confronto è, essenzialmente, improprio. Sui personaggi, Maico Morellini punta sugli stereotipi, come già fatto in precedenza. Nessun personaggio è realmente nuovo e tutti rientrano in un qualche stereotipo fantasy. Certo io parlo di personaggi fantasy presenti e archetipizzati da The Game Of Thrones. Le tracce sono evidenti, dal misticismo pseudo cristiano di Aarlon (che ricorda la Sacerdotessa Rossa) alla guerriera Sixtia (molto Brienne di Tart), per tacere di Beteah (una Jon Snow in gonnella) o della duplicità, nel senso di ambiguità bene – male, della Voce, dell’Uomo in Nero e di Ternan (come dei novelli Jamie e Tyrion Lannister o Stannis Baratheon). Quello che va riconosciuto a Maico Morellini, è che in La terza memoria l’approfondimento e l’introspezione psicologica sono comunque molto ben fatte. Anzi, al termine della lettura si rimane con la sensazione che molto su di loro non sia stato detto, che nascondessero ancora qualcosa, che avessero molto più da dire e da dirci.

Come nei libri precedenti, Maico Morellini ci svela passo passo degli elementi per entrare nella storia. Qualche flashback, qualche spiegazione che aumenta la consapevolezza, contemporaneamente, dei personaggi e del lettore: non ci fa grandi rivelazioni finali dopo averci tenuto sul filo per tutta la durata della storia e di questo lo ringraziamo. Però va anche detto che la fine de La terza memoria è un po’ troppo veloce, buttata lì, meriterebbe più spazio e più approfondimento. Anche la vaghezza delle azioni di Cartesio e Cerbero è eccessiva. La Proibizione rimane troppo lontana e intangibile. La Torre dei Numeri un mistero insoluto. Il Disordine è mondiale, ma la cupola è solo locale? E la Frattura? Queste domande avrebbero meritato una risposta che però non arriva. Paradossalmente i flashback sono più dettagliati e chiarificatori della lunga soluzione finale.

Alcuni elementi poi sono facilmente intuibili, dal legame Voce – Aarlon – Uomo in Nero a quello che nell’epilogo ci mostra Moxeo con Mynon. Chissà se era volontà di Morellini che fossero così intuibili o se gli sono sfuggiti…

Per quel che concerne l’edizione Mondadori, beh, la copertina non è proprio questa meraviglia. Molto meglio, ad esempio, sono le illustrazioni sulla Torre dei Numeri e su Imola che assolutamente consiglio di vedere.

Nel complesso ci troviamo di fronte a un libro scritto splendidamente, ce si legge molto volentieri, che rivede senza ridefinire le correnti fantastiche di oggi dando loro una declinazione particolare. Assolutamente da leggere.

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